“Ma che cosa chiami il nonno?!?” L’occhio della tizia si danna e si affanna impulsivamente. Obliquo. “Il nonno non sa neanche che cosa tirare fuori, il nonno. Non sono su quella linea i cavi! Adesso mi aspettate, io vengo lì diretta con Francesca e vediamo. Nonno devi lasciarlo stare. Dai. Sì, sì. Va bene. Ciao.” Click. “Il nonno. Figurati.” Percuote con la mano la coscia, ad autoflagellarsi. L’iphone è lanciato istericamente nella borsa in pelle. “Cosa è successo?” “Eh, cosa è successo. Che le cose vanno fatte con la testa!” Improvvisamente il piede stressato si impunta ritmicamente sul pavimento. Tac tac tac tac tac “Hanno la batteria scarica?” Piede stressato la guarda come se avesse fatto la domanda più idiota del mondo. “Scarica… si ma me l’hanno scaricata loro. Quei cretini.” Tac tac tac tac “E adesso?” “Adesso Francesca ha chiamato Andrea che chiama casa e vediamo. Hanno lasciato il ventilatore acceso, la batteria accesa, le luci accese. Tutto acceso. Il cervello no. Quello è spento!” “Succede.” “See. Cresci una famiglia e questo è il risultato.” Si informano i gentili viaggiatori che questo treno viaggia con un ritardo di 25 minuti. Trenord si scusa per il disagio. “Vedi? tu che ti lamenti. C’è di peggio…” “Mavvaffanculo va!” Tac tac tac tac.
L’uomo con gli occhiali spessi sta fermo in piedi, come un palo della luce. A un centimetro dallo schermo. La pupilla tra le righe dei treni maledetti dell’inferno. “Cos’è, ancora cancellato?” chiede. “Sti buffoni,” risponde l’altro, muovendo la gamba come se dovesse andare al cesso, immantinente. “Hanno soppresso pure il Novara e il Garbagnate.” “Pure…” “Guarda Torino. Guarda… 80 minuti di ritardo! Chemmerde, dai.” “Davvero.” “Ma ti faccio vedere io, ti faccio.” “Cos’è che fai?”
Occhiali spessi si gira per capire se il treno che sta arrivando sia un miracolo o una visione. È quello per Varese. Non c’entra nulla, ma meglio che rimanere nella caverna di Porta Vittoria. Tanto, a Garibaldi con le scale mobili rotte, poi cambia e cerca qualcos’altro. Questo è il bello della Lombardia, la regione industriale mitteleuropea, mica uno sputo di isola sperduta nel Pacifico. Figurati!
Il treno si ferma. Lui sale. Tutti salgono. “Ou!”, insiste l’altro con la gamba mobile, “quindi, che fai?” “Che faccio? Faccio che se viene il controllore non gli mostro neanche l’abbonamento.” “See. E se poi ti fa la multa?” “Chemenefotte!”
Occhiali spessi – il vero uomo con il pelo sul petto che spunta dalla camicia, tutto d’un pezzo come Achille dalle spalle larghe – quando arriva il controllore che gli dice Signori biglietti, si gira bellamente, annuisce e risponde Sì, certo. Prego, tenga, porgendogli l’abbonamento con diligenza. Con sollecitudine operosa.
“Ma scusa,” sussurra Gamba mobile quando il controllore va via, “ma non avevi detto che non gli mostravi il biglietto e chisenefotte?” C’è un minuto di silenzio, in cui si sentono le voci arabe che si mischiano a quelle italiane. Il suono delle pompe di calore sulla schiena, la puzza del cesso guasto in corridoio, il cullare soporifero del vagone. Ed è alla fine di quel momento che Achille tutto occhiali si volta d’improvviso, con la mascella rigida. Gli occhi, due lame dietro le lenti spesse. “Ma non hai visto come l’ho guardato?” “Come?” “E che ne so come. Ma ha capito, fidati. Ha capito proprio!”
Si avvisano i gentili passeggeri che questo treno viaggia con 35 minuti di ritardo per problemi agli impianti. Stiamo lavorando per voi, per la Regione Lombardia e per l’universo intiero. Che, questa, non è un’isola spersa nel pacifico
Vi ringraziamo, assieme al nostro amministratore delegato, per aver scelto Trenord.
Lui si volta indietro per un secondo, poi di nuovo parla alla ragazza che ha di fronte. “Amore, secondo te è cinese?” “Ma va’” risponde lei. “Guardagli gli occhi.” “Appunto. Li ho visti. Sono cinesi.” La ragazza scuote la testa ed osserva il giovane con l’apparecchio in bocca come avesse a che fare con un povero beota con l’apparecchio in bocca.”Perché sei cretino?” “Dai. Solo simpatico. Con te.” “Sentilo, da morirci. Comunque è giapponese, si vede. Di qualche isola asiatica tipo Hiroshima o giù di lì. Non vedi che ha la macchina fotografica? Una Nikon. Figurati.” Lui annuisce. Però è ancora perplesso. “Perché i cinesi non hanno la…?!” “Ma va’. Quelli sono telefonino e wechat. Anche se poi hanno la stessa faccia, più o meno.” “Dai, abbassa la voce, che t’ha sentita.” “Ma chi?” “Ti ha guardata. Fidati. Quello lì, il cinese, ti ha sentita. Guardaguardaguarda ti sta guardando. Chefiguradimerda!” Alcuni passeggeri si voltano. La osservano. Mollano le proprie letture. Ed è in quel preciso momento che lei si innervosisce. Serra le labbra. Si muove sulla seduta. Abbassa la voce che diviene cigolante. Metallica. Gli occhi ridotti in fessure, come in Shining. Pertugi del male. Crepe dell’inferno. “Oh. Siamo in un treno.” Raschia petulante la pupilla perniciosa. “Se non gli sta bene scenda pure questo qui! Mi guarda… Cos’è? non posso parlare? Già ci hanno invaso con gli involtini, le loro cazzate cinesi copiate e io devo abbassare la voce? A casa mia?” Prossima fermata Garibaldi. Questo treno è diretto a… Treviglio.
In quel frammento, apparecchio beota si piega infallibilmente in avanti. Purtroppo, sorride. Con il ghigno di acciaio mai pago. Un lieve sussurro nel suburbano claustrale. “Ma non hai appena detto che è giapponese, e guardagliocchi guardalaNikon guardawechat?” Il danno è fatto. Merda! La giovane donna si morde le labbra. Le si appanna lo sguardo. Scruta l’uomo asiatico, poi fissa alcuni vicini che, evidentemente, ridono di lei. Osserva nuovamente il beota con l’affare di latta in bocca che chiama amore. Buongiorno amore. Per tutta la vita amore. Qualche secondo per assimilare. Apre la sua rivista, accavalla le gambe. Prende un lungo respiro. “Sei arrabbiata amore?Scherzavo”, lui dice. La donna esplode. “Oh, senti. Se questa mattina ti sei svegliato per rompermi le palle vedi di telare. E vedi di non sputarmi in faccia quando parli. Che mi hai lavata. Sto deficiente, sto.”
Corrono. Entrano. Trafelati si siedono. “Questo” (affanno) “deve essere” (affanno) “il diretto.” “Forse” (dispnea) “il Treviglio?” “Vabbhé, chiminchiasenefotte. Sono le sette. È presto.” (Respiro lungo di sosta) “Andiamo al Duomo e facciamo colazione lì.” “No.” L’occhio iniettato di sangue, insiste come la pioggia. “Dai non fare il barbone facciamo a tempo.” “No, è uno sbatti!” “Sei il solito barbone.” “Non è per i soldi” “Sevvabbhé” sbuffa, si gratta insistentemente la faccia. “E per cosa è? Dì. Per cosa?” “Oh. Tipo! Mica sei mia madre.” “See. Che se lo sarei stato, vedi” Se lo Sarei … Tutto il treno si gira. Si flette. Inginocchiato, sussurra. Se fossi. Se fossi. Se fossi. Se fossi. Dieci. Cento. Mille teste. Se fossi. Lo sanno anche i vetri. “Che se lo saresti stato, cosa? Eh? Cosa?” Merda! In due è troppo difficile. Insormontabile. “Vabbhéminchia. Con te non si può parlare.” Già. Appunto. Con nessuno dei due si dovrebbe. O si dovesse?
Siamo fermi su una banchina lombarda per l’ennesima distrazione. Come ieri, come 2 giorni fa, come ogni santo giorno della vita, a parlare amabilmente del minutino di ritardo, e poi, di grazia, domandandoci: Hey, bro’, ma quanto può essere magnifico e salutare viaggiare sui trenini suburbani se i trenini si trasformano in Godot?
D’altronde, i nostri orologetti milanesi ci avvertono che abbiamo appena superato le 15 ore da svegli, e un pensiero intrusivo ci offre l’immagine gratuita del sorriso di un giapponese su uno shinkansen, in perfetto orario a Tokyo.
Certo, bro’, tu mi dirai che anche sui suburbani lombardi si sorride come in Oriente. Non c’è dubbio. C’è simpatia. Ma, se posso dirla tutta, quello dei pendolari pare più vicino ad un ghigno da paresi da stress.
Ciò detto,
ad accompagnarci sui treni c’è sempre un messaggio cortese bilingue nell’aria: ritardo, soppressione, sciopero, svio, convoglio bloccato, il cesso è guasto, tenere i piedi a terra e non sul sedile. Cose così. Cose altamente rassicuranti per non spiegare l’attesa in mezzo alle campagne al tramonto perché potrebbe far male alla psiche. E mentre noi sfigati siamo attaccati gli uni agli altri, mentre lo stress scivola tra le pieghe del colon, mentre si blocca il motore d’Italia che lavora anche per chi fa un lavoro di merda, succede che gli scioperi, le soppressioni, i ritardi cronici, si rafforzano come un supersayan, permeando ogni millimetro della nostra esistenza. Hai presente Goku contro Vegeta? Ecco, cancellali e pensa alla regina Himika contro Geeg.
Ad ogni modo, bro’, nonostante ce la si metta tutta, a me questa cosa di volermi far cambiare idea sul servizio dei treni della regione, non mi fa né caldo né freddo! Perché, sciopero o meno, frustrazione o meno, inverno o estate, io sono nella élite; nella casta ferroviaria.
Ho l’abbonamento senza sconti, io. Il privilegio mensile, io. Ho la tessera gold con foto annessa che sorride permanentemente a 80 euro al mese senza sconti. Senza rimborsi.
E anche quando sul carro bestiame la voce perentoria del controllore dice – Hey, signore, rimanga pure in piedi che l’aria tanto non c’è, e l’ossigeno lo trova se tiene la testa alta – mi sento proprio un eletto. Manco Neo in Matrix!
Insomma,
oltre agli onori da abbonato penso di essere dotato di un culo pazzesco perché, adesso, su un treno in ritardo di 50 minuti, che sostituisce un altro treno volatilizzato da 60 minuti, sono in diagonale, ancora vivo, tra i sedili occupati a muzzo, a guardare lo spicchio di finestrino lasciato scoperto da una massa informe che – nella bellezza della Milano che lavora – ha ancora la strana forza e la voglia di parlare di statistiche, di budget, di Alice che domani è al D3, e Chiara che, te la raccomando, non è venuta a lavorare oggi perché ha fatto smart working sul treno per Novara. Dai, Facciamounacall!
E in questo mostruoso senso di sospensione alla Dylan Dog, mentre qualcuno si permette di svenire per asfissia, per il nervoso, ed il controllore chiede ai passeggeri di passare su un altro treno (ché, gentili signori, su questo mezzo tutti non ci stiamo), succede che alla stazione Garibaldi traboccante di gente scesa dal treno soppresso, un tizio controcorrente spinge, ricordando a tutti che nell’universo c’è bisogno di spazio, e che se non si sale sul convoglio pioverà una denuncia. Anzi denunzia. Per delitto e malefizio.
Una vera e propria babele di suoni, di teste, di preghiere, di accenti, annunci idioti, ritardi, spintoni, bici, tricicli. Insomma, un reticolo scomposto che lascia però, all’improvviso, un varco su uno sguardo azzurro. Insistente, intenso, un po’ sbilenco. Appiccicato ad una faccia rugosa di donna.
Lei è anziana. Composta. Sta in piedi. Ha una valigia. Sembra svedese, e a me viene solo in mente che potrebbe essere una malcapitata turista che si chiama Hinda, finita per sbaglio nella città della moda, dello spritz, del panettone e dei treni impossibili. Hinda mi guarda e mi fissa così intensamente che non mi accorgo della domanda che mi scivola addosso come la neve. “sempve pvoblemi, qui, i tveni?” chiede. Mi punta. Punta tutti. “Hollanda un po’ meglio di Italia, sì?“ Eh, no. Dai! È una frugale. Una di quelle che ti contano i peli del culo per il PNRR. E vorrei solo rispondere a tono, discettando sull’utilità del gouda e dei tulipani, spiegando che la puntualità dei treni è all’ 80%, che la disorganizzazione in Italia è legale e, quando non lo è, allora si utilizza il metodo collaudato di ritardo e soppressione. Ma che te lo dico a fare, bro’? Ormai Hinda ha abbassato lo sguardo, ché uno zoccolo di gnu, nella calca, le ha pestato le scarpe. E credo anche la dignità, la pazienza e qualsiasi voglia di tornare nel Belpaese.
Eh sì, bro’,
Nel tempo in cui la cassazione riconosce per i pendolari il danno esistenziale, è bello viaggiare sui mezzi obbligatori della regione da bere – quelli per cui non c’è stata alcuna gara, quelli delle attese di Godot, quelli che fanno ammalare, quelli che non danno rimborsi – accompagnati gentilmente per mano dalla leggerezza di qualcuno che, consapevole o no, lascia scivolare nella merda e nella cattiva sorte qualcun altro.
E se si tratta di 600 mila sfigati che, a un certo punto, alle regionali voteranno chi proporrà finalmente un concorrente per questo teatro dell’assurdo, chissene.